FRANCESCO TORALDO D’ARAGONA, PRINCIPE DI MASSA LUBRENSE E LA SUA MISERANDA FINE NEL CORSO DELLA RIVOLUZIONE DI MASANIELLO

FRANCESCO TORALDO D’ARAGONA, PRINCIPE DI MASSA LUBRENSE E LA SUA MISERANDA FINE NEL CORSO DELLA RIVOLUZIONE DI MASANIELLO

FRANCESCO TORALDO D’ARAGONA, PRINCIPE DI MASSA LUBRENSE E LA SUA MISERANDA FINE NEL CORSO DELLA RIVOLUZIONE DI MASANIELLO

Nel sanguinosissimo scontro tra soldatesche spagnole e popolani napoletani, protrattosi tra alterne vicende per buona parte dell’ottobre 1647, pian piano andò emergendo un nuovo nemico per la corona spagnola: si trattava dell’aristocratico francese Enrico di Lorena, duca di Guisa, alla disperata ricerca di un “trono” su cui sedersi. Il suo intervento fece credere a Gennaro Annese, successore del Masaniello nella guida della fazione popolare, di aver guadagnato l’appoggio della Francia, fondamentale per scacciare gli spagnoli prima dal napoletano e poi dall’intero Mezzogiorno. In questo contesto confuso, la figura di Francesco Toraldo d’Aragona, principe di Massa Lubrense e “generalissimo del popolo” andò acquistando sempre maggior peso: la sua lealtà alla corona spagnola, che aveva servito su svariati campi di battaglia, lo aveva rivestito di onori, titoli e ricchezze. Era ovvia la sua connivenza con il viceré d’Arcos e le sue manovre per dissuadere “il popolo da feroci risoluzioni”, come scrisse Riccardo Filangieri: ma proprio questa sua ambiguità segnò il suo destino. Il suo compito di “generalissimo” lo poneva a capo delle forze militari popolari, numerose ma male addestrate, nonostante l’Annese non nutrisse nei suoi confronti alcuna fiducia: a far precipitare la situazione contribuì la decisione del popolo di scacciare a tutti i costi gli spagnoli asserragliati tra il Gesù Nuovo e Santa Chiara, nel centro di Napoli. Il 21 ottobre i più facinorosi del movimento popolare, come raccontò Francesco Capecelatro, decisero di minare la chiesa del Gesù: il Toraldo, provando a mediare con gli emissari vicereali, riuscì a far desistere da questa scelta e a far minare il muro del convento di Santa Chiara. Al momento dell’esplosione però l’ordigno fece cilecca: di bocca in bocca andò diffondendosi la voce che il Toraldo avesse pagato l’armaiolo 20 zecchini per mescolare “arena” alla polvere da sparo “in guisa tale che non avesse potuto fare effetto alcuno”. Immediatamente fu catturato proprio l’armaiolo e condotto in una roccaforte popolare: picchiato selvaggiamente, chiese salva la vita in cambio di una confessione: il Toraldo lo aveva pagato per rendere inermi i barili esplosivi. La confessione però non gli salvò la vita, anzi accrebbe la furia popolare: Gennaro Annese, informato dei fatti, fece immediatamente arrestare il principe, “già in mal concetto e in poca fede” con il partito popolare, ormai in guerra aperta con gli spagnoli. Fu condotto nella zona degli orefici (a ridosso dell’attuale via Marina, nei pressi dell’Università Orientale) e carcerato in casa di un importante orefice: dopo aver ricevuto i conforti, il principe di Massa capì che la sua sorte era segnata. Condotto nella strada detta della Loggia di Genova, alle due di notte, gli fu mozzato il capo, proprio sul bordo della fontana del luogo detto “la Pietra del Pesce”: il suo capo, con la lunga chioma “posticcia” come scrisse il Capecelatro, fu posto su una picca, mentre dal corpo fu strappato il cuore e portato alla moglie Elvira Frezza, allora incinta e chiusa in un convento, in una “vase d’argento”. Nei giorni seguenti il corpo del Toraldo fu appeso per un piede nella zona del Mercato, quasi un oscuro presagio della storia italiana, e infine ricomposto in una tomba nella chiesa del Carmine. L’Annese, che lo sostituì nel “generalato popolare”, il 23 ottobre proclamò la Repubblica: con questa mossa e dopo essersi liberato dell’ingombrante Toraldo, l’armaiolo si pose sotto la (presunta) protezione francese, provando a colorare la rivolta di chiari risvolti autonomistici. La morte del Toraldo mostrò con tutta la sua forza la carica distruttiva e incontrollabile del popolo napoletano, ma allo stesso tempo mise in luce lo scarso valore che si diede alla vita nei confusi mesi a cavallo tra 1647 e 1648. Come scrisse Riccardo Filangieri, ricalcando il Capecelatro, “tale fu la miseranda fine dell’infelice principe di Massa Lubrense”: un po’ lealista e un po’ rivoluzionario, probabilmente doppiogiochista, ma sicuramente un idealista. Una personalità ambigua e forse poco conosciuta, ma “tragica” sino alla cruenta morte patita sull’onda della furia popolare.

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