GUAPPI E CAPIPOLO SORRENTINI: UNA PAGINA DI STORIA DEL’500

GUAPPI E CAPIPOLO SORRENTINI: UNA PAGINA DI STORIA DEL’500

GUAPPI E CAPIPOLO SORRENTINI: UNA PAGINA DI STORIA DEL’500

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Circa un anno fa, dalle pagine del gustoso e interessantissimo sito web “Il Meglio di Sorrento” curato, tra gli altri, dall’amico Fabrizio Guastafierro, abbiamo appreso una storia quasi sconosciuta: due tra i più importanti capipopolo napoletani del ’500, protagonisti di due sanguinose rivolte (1533 e 1547), erano sorrentini. Fabrizio ci ha informato di ciò pubblicando un ebook dal titolo “Fucillo e Masaniello di Sorrento”, scaricabile gratuitamente dal già citato sito. Si tratta di due storie, in parte complementari, che mostrarono tutta la forza e la pericolosità dei ceti subalterni napoletani nel momento in cui il potere spagnolo a Napoli si faceva più soffocante: una sorta di antipasto della ben più grave e pericolosa rivolta di Masaniello, che nel 1647 avrebbe messo a nudo tutte le contraddizioni e gli scontri esistenti nella società napoletana da oltre un secolo. Ma non perdiamo di vista i nostri due “compagnoni”: Fucillo, sorrentino di umili origini, nacque verso la fine del ’400. Sulle orme del padre Domenico, però, si trasferì ben presto a Napoli per occuparsi del commercio del vino: abitava ed  esercitava la sua lucrosa attività nel rione di San Pietro Martire, nei pressi della Porta di Massa. La zona, abitata in massima parte da massesi e sorrentini, rappresentava la porta d’accesso a Napoli per merci e uomini provenienti dalla Penisola Sorrentina: decine e decine di imbarcazioni la collegavano quotidianamente Massa e Sorrento, dal momento che le direttrici terrestri erano più che scomode quasi del tutto assenti. Nella zona di Porta di Massa, Fucillo divenne in poco tempo una sorta di capopopolo, quasi un antesignano dei “guappi”: furbo e scaltro sul commercio, grazie alla sua smisurata ambizione, sfruttò le turbolenze economico-sociali della Napoli del periodo per radunare intorno a sé una sorta di banda formata da delinquenti, trafficanti, contrabbandieri e vagabondi, tra cui Tommaso Aniello da Sorrento suo compaesano. Il potere di Fucillo cresceva a dismisura e andava travalicando i confini del quartiere portuale: quando nel 1532 a Napoli entrò il celebre viceré don Pedro de Toledo, “la nomea di Fucillo” era più che radicata. Alla ribalta però sarebbe giunto l’anno seguente: per finanziare il rifacimento delle mura e la pavimentazione delle strade, il Toledo impose una nuova gabella (indiretta) che si sarebbe dovuta percepire nei mercati in ragione del consumo di carne, grano, pesce e… vino. Proprio su quest’ultimo genere, Fucillo basava gran parte dei suoi proventi legali (oltre al contrabbando e al pizzo): per questa ragione si allarmò e iniziò una campagna antispagnola in tutto il quartiere. A ciò si aggiunse ben presto il più vasto scontro tra le diverse componenti della società napoletana: le piazze nobili (i consessi degli aristocratici) si divisero tra favorevoli e contrarie, mentre l’eletto del popolo Domenico Bazio diede al viceré la propria parola che avrebbe fatto approvare la gabella alla piazza popolare. Invece le cose andarono diversamente: in una tumultuosa riunione, dai toni sicuramente drammatici, Fucillo, accompagnato da alcuni suoi fedelissimi armati, aizzò i rappresentanti dei ceti più umili contro Bazio. Al culmine dello scontro verbale, quest’ultimo fu portato quasi di peso al Maschio Angioino per trattare col viceré. Invece Bazio, entrato nel castello da solo, si pose sotto la protezione del castellano spagnolo: dopo alcune vaghe quanto fasulle promesse, verso sera, Fucillo e la folla di popolani abbandonarono la piazza dinanzi al castello, sicuri nell’ottima riuscita della dimostrazione. Invece don Pedro de Toledo, informato in tempo reale della pericolosa rivolta, ordinò di far arrestare e uccidere i caporioni. Il reggente della Vicaria, una sorta di capo di polizia, fece attirare Fucillo in una trappola e lo fece condurre in fretta e furia in galera: la notizia dell’arresto e della sicura esecuzione fece il giro di Napoli, passando di bocca in bocca e spargendosi a macchia d’olio. Una folla ancora più tumultuosa e numerosa del giorno prima si radunò fuori alla Vicaria (attuale Castel Capuano): chiedevano la scarcerazione di Fucillo e la revoca delle inique gabelle. In realtà, all’interno delle tetre stanze del carcere, Fucillo stava subendo una pesantissima seduta di tortura, strumento abituale della giustizia antica per far confessare i reati agli imputati. Di fronte alla pericolosità della folla, il reggente fece sparare ad altezza d’uomo per placare gli animi e diede agli aguzzini l’ordine di accelerare i tempi: Fucillo confessò e il boia lo strangolò senza perdere tempo. Il processo era durato lo spazio di alcune ore: alla folla che invocava il suo “caporione”, i soldati spagnoli lanciarono il cadavere di Fucillo appeso ad una corda, mentre dal portone principale usciva una guarnigione armata di tutto punto. Alcuni “compagnoni” di Fucillo furono ben presto acciuffati e uccisi, mentre altri, tra cui Tommaso Aniello da Sorrento, riuscirono a far perdere le proprie tracce

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