SORRENTO – (5) VERSO LA FESTA DEL SANTO PATRONO ANTONINO – TRA FEDE E TRADIZIONE – ” A’ PIZZ ‘E CREM”

SORRENTO – (5) VERSO LA FESTA DEL SANTO PATRONO ANTONINO – TRA FEDE E TRADIZIONE – ” A’ PIZZ ‘E CREM”

SORRENTO – (5) VERSO LA FESTA DEL SANTO PATRONO ANTONINO – TRA FEDE E TRADIZIONE – ” A’ PIZZ ‘E CREM”

Da nou ogni festa ha il sui dolce!

La dolce tradizione sorrentina in occasione della festa patronale e non solo è: ‘A pizz e’ crem cu l’amaren.

Ogni famiglia ha la propria variante!

Torta di Sant’Antonino

Ingredienti:

per la pasta frolla:

– farina gr. 200;

– zucchero gr. 200;

– uovo 1;

– sugna gr. 100. (o burro).

Per il ripieno di crema pasticciera

– farina gr. 50;

– zucchero gr, 100;-

– tuorli d’uovo 3;

– latte lt, 0,500;

– buccia di limone.

Crema cioccolato…

Esecuzione:

Foderate una teglia con la pasta frolla lavora piuttosto sottilmente, su di essa versate la crema pasticciera bianca e alla cioccolata. Unite le amarene e poi coprite con l’altra sfoglia di pasta frolla.

Cuocete la torta al forno ad alta temperatura e gustatela piuttosto tiepida.

Il 14 febbraio si festeggia Sant’Antonino Abate, patrono della città e per l’occasione si prepara questa torta di crema.

Negli altri paesi confinanti il dolce, prende il nome del Santo Protettore del luogo, perché si era soliti (in alcune famiglie lo si è ancora) confezionarlo in occasione della “sua” festa. E’ una torta molto semplice che utilizza una pasta frolla arricchita poi, di crema al cioccolato e amarene (sempre confezionate in casa).

Il culto di questo santo è cosi’ radicato  nelle famiglie di ogni ceto sociale tanto che ogni anno – il 14 febbraio – la ricorrenza diventa una vera e propria festa popolare.

Antonino Cacciottolo, noto come sant’Antonino abate o sant’Antonino di Sorrento, secondo la tradizione nacque a Campagna d’Eboli in provincia di Salerno.

Lasciò ben presto il suo paese per recarsi a Cassino dove divenne monaco benedettino. In quel tempo l’Italia era devastata dalle invasioni barbariche.

Anche il monastero di Montecassino fu saccheggiato dai longobardi ed i monaci dovettero fuggire e si recarono a Roma presso il papa Pelagio II. Sant’Antonino, invece, vagò per la Campania finché non approdò a Stabia l’attuale Castellammare.

Qui conobbe san Catello che ne era vescovo diventandone amico. San Catello desiderava

dedicarsi alla vita contemplativa e, quando decise di ritirarsi sul Monte Aureo, affidò a Sant’Antonino la diocesi di Stabia.

Durante il periodo di reggenza della diocesi il richiamo alla vita monastica fu così forte che Antonino chiese a Catello di ritornare in sede. Antonino a sua volta si ritirò sul Monte Aureo (S. Angelo a Tre Pizzi); visse in una grotta naturale in solitudine cibandosi di erbe. Fu infine raggiunto da san Catello che decise nuovamente di ritirarsi sul monte e di dedicarsi alle cure della diocesi sporadicamente.

Un giorno ai due apparve l’arcangelo Michele che chiese che fosse costruita una chiesa in quel posto da dove si dominava il golfo e si ammirava il Vesuvio

Sant’Angelo ai Tre Pizzi (Monte Aureo).

Così i due santi cominciarono a costruire una chiesa in pietra e legno nel punto del Faito che ora si chiama Monte S. Angelo o Punta S. Michele.

Dapprima vi salirono pastori, poi agricoltori finché san Catello fu accusato di stregoneria da un cattivo prete di Stabia,

tale Tiberio, e fu richiamato dal papa a Roma e tenuto prigioniero finché ad un nuovo papa apparve in sogno Sant’Antonino che gli intimò di liberare l’amico.

San Catello ritornò a Stabia e si dedicò ad ampliare la chiesa sul monte che divenne meta di pellegrini.

Fra tanti che si recavano sul monte vi erano moltissimi sorrentini che invitarono Antonino che già aveva fama di santo a stabilirsi a Sorrento.

Fu accolto dall’abate Bonifacio nel monastero benedettino di S. Agrippino che si trovava dove sorge ora la basilica.

Alla morte di Bonifacio, Antonino divenne suo successore. Si racconta che un giorno un fanciullo che giocava sulla spiaggia di Sorrento fu inghiottito da una balena. La mamma disperata chiese aiuto a Sant’Antonino che si recò sulla spiaggia ed intimò ai pescatori di cercare il mostro marino e di condurlo in sua presenza. Quando ciò avvenne fu aperto il ventre del mostro e ne uscì sano e salvo il fanciullo.

Quest’episodio costituisce uno dei miracoli più importanti compiuti in vita dal santo che diventò un riferimento per tutta la città.

Dopo la sua morte avvenuta 13 secoli fa i sorrentini eressero la cripta e la basilica sul luogo della sua sepoltura, sul bastione della cinta muraria perché per suo volere fu sepolto né dentro, né fuori la città ma nelle mura della stessa.

Ammirando i dipinti della basilica si intuisce l’amore di Sorrento per il santo ed i miracoli compiuti: la vittoria navale contro i saraceni, nell’assedio del terribile generale Grillo, la preservazione dalla peste, la liberazione dal colera, la liberazione degli indemoniati.

Si racconta che quando Sorrento fu saccheggiata dai turchi e la statua trafugata, non avendo denaro a sufficienza per farne un’altra i sorrentini vi avevano rinunciato, ma ecco che avvenne il miracolo: Sant’Antonino si presentò in carne ed ossa allo scultore al quale pagò direttamente la statua.

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