SORRENTO – DALLA GUERRA DEL SUD SUDAN, PRESTO LA FAMIGLIA TUY TUY ARRIVERÀ A SORRENTO.

SORRENTO – DALLA GUERRA DEL SUD SUDAN, PRESTO LA FAMIGLIA TUY TUY  ARRIVERÀ A SORRENTO.

SORRENTO – DALLA GUERRA DEL SUD SUDAN, PRESTO LA FAMIGLIA TUY TUY ARRIVERÀ A SORRENTO.

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SORRENTO – La famiglia Tuy Tuy – padre, madre e 8 figli sud sudanesi – non ha mai visto il mare e non ha mai mangiato una vera pizza napoletana. La mamma allatta ancora una bimba di 6 mesi e mezzo, la più piccola del gruppo dei 113 profughi che arriveranno in Italia il 27 febbraio con i corridoi umanitari. Sgranano tanto d’occhi, di meraviglia e stupore, quando gli operatori di Caritas italiana e Comunità di Sant’Egidio fanno vedere, dal tablet, le foto della loro destinazione: Sorrento, dove saranno accolti per un anno dalla Caritas diocesana, nell’ambito del progetto “Protetto. Rifugiato a casa mia”. Ad Addis Abeba, Etiopia, sono gli ultimi colloqui preparatori con gli “urban refugees”, i rifugiati costretti a fuggire tanti anni fa dai loro Paesi. Dopo un lungo periodo nei campi profughi – dove vivono ancora oltre 800mila persone da Sud Sudan, Eritrea, Somalia, Sudan, Yemen – sono stati spostati nella capitale etiopica dall’agenzia Arra (l’organizzazione locale preposta alla gestione dei rifugiati) perché troppo vulnerabili o a rischio violenze e persecuzioni. Dei 113 profughi dei corridoi umanitari la metà sono minorenni.

“Siete pronti ad andare in Italia?”,chiede durante il colloquio prima della partenza Daniele Albanese, coordinatore dei corridoi umanitari di Caritas italiana. Tutti rispondono sicuri: “Yes”. Ascoltano le spiegazioni di Caritas e Sant’Egidio sui particolari del volo, la conferenza stampa a Fiumicino (il 27 febbraio alle 11.30, ad Addis Abeba l’incontro con la stampa locale si svolge oggi) e su cosa li attende appena sbarcati. L’attenzione è al massimo, sono emozionatissimi. Indossano i loro abiti migliori, quelli della festa. Ogni tanto si accende una luce brillante negli occhi tristi; in profondità un mare di dolori, privazioni e fatiche che ora vogliono solo dimenticare.

“Vi stiamo dando un’opportunità, per voi è un nuovo inizio. Per un anno vi aiuteremo ad integrarvi nel nostro Paese: studierete l’italiano, i bambini andranno a scuola e avrete cure mediche gratuite. Vi chiediamo di rispettare le regole, di confrontarvi con gli esperti Caritas quando sorgeranno problemi”.

“Non vi troveremo un lavoro perché non è facile nemmeno per gli italiani, ma vi supporteremo per diventare autonomi”.

Cecilia Pani, volontaria della Comunità di Sant’Egidio che si occupa dei corridoi umanitari insieme al marito Giancarlo Penza, spiega l’iter che dovranno affrontare per la richiesta d’asilo: “Vi raccomando di non uscire dall’Italia una volta ottenuta la protezione umanitaria perché diventereste irregolari”. Gli operatori descrivono in poche parole i paesi o le città che li accoglieranno, anche se molti al massimo hanno sentito parlare di squadre di calcio italiane. “Farà molto freddo”, avvertono.

Così la famiglia Tuy Tuy vedrà il mare di Sorrento. Il capofamigliaDaniel Tuy Tuy, 49 anni, contadino sud sudanese di etnia Nuer, ha la fronte attraversata da solchi. Non sono rughe ma tagli leggeri che nella loro tradizione rappresentano l’iniziazione alla vita adulta, a 15 anni, così sono degni di rispetto. Traduce per lui il figlio Nhial, 28 anni, unico maggiorenne di 8 figli (5 femmine tra cui la bimba di 3 mesi e mezzo e 3 maschi). Gli altri sono nati tutti in Etiopia. Lui non ha i solchi come il padre perché sono dovuti fuggire dal loro villaggio Kirk, nella regione Malakal, 23 anni fa, in piena guerra civile tra Sudan e Sud Sudan (che allora non era ancora uno Stato indipendente). In compenso, e purtroppo, sulla fronte, dall’attaccatura dei capelli, spicca una spessa cicatrice. “Mentre eravamo al campo di Intang hanno cercando di uccidermi tirandomi una pietra – spiega, chiedendo prima di parlare in prima persona il permesso al padre – C’erano rivalità interne. Sono rimasto a lungo con una gamba paralizzata, devo ancora finire di curarmi”. Per questi motivi le organizzazioni umanitarie li hanno spostati ad Adis Abeba.

 

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